Una forma di sofferenza che apparentemente può sembrare un paradosso nell’era dei social network, emerge ultimamente negli studi degli analisti configurandosi come un profondo mal di vivere, legato alla solitudine e alla sensazione di sentirsi soli in mezzo agli altri. Sempre più persone arrivano in consultazione lamentando di sentirsi “soli” anche se sono circondati dagli altri, hanno molti amici su facebook, lavorano in uffici pieni di gente, vivono in grandi condomini o hanno un’intensa vita sociale. Mai come oggi le persone sono connesse tra di loro, virtualmente e nella realtà o mai come oggi gli spostamenti e le connessioni sono veloci e più facili. Eppure una crescente sensazione di solitudine dilaga tra le persone. Uno dei tratti della sofferenza psichica contemporanea è l’incapacità di creare e sentire dentro di sé i legami con chi ci circonda: ci si domanda come mai è così difficile legarsi agli altri, come mai si incontrano solo persone che non sono all’altezza delle proprie aspettative oppure cosa c’è che non va dentro se stessi perché non ci si sente adeguatamente considerati e apprezzati.

Chiariamo prima di tutto che il fatto concreto di essere soli in un dato momento, non rimanda necessariamente ad un vissuto di solitudine. Posso essere solo ma intimamente e internamente legato al mondo esterno, a miei desideri e passioni, sentirmi cioè pienamente in relazione con quello che sono, che sto facendo e con le persone che amo. Un pianista da solo nella stanza, mentre suona non sente il vuoto, perché è connesso profondamente con se stesso e con quello che sta facendo. Si può dire la stessa cosa di un uomo mentre legge, lavora ad un progetto che sente suo, o sta facendo un viaggio in macchina pensando ad una persona a cui si sente legato.

Al contrario, la solitudine di cui sempre più persone soffrono oggi è data da una strutturale incapacità di sentirsi in un legame profondo con qualcosa di esterno da sé, di sentirsi in collegamento con gli altri, che è l’altra faccia della medaglia della difficoltà prima di tutto di rapportarsi pienamente con se stessi. Spesso nella tristezza diffusa in cui l’individuo constata l’erosione dei suoi legami con gli altri, non vede l’erosione parallela dei propri legami interni e della propria capacità di appropriarsi di quello che è, delle cose che fa, di quello che gli piace, degli interessi e passioni che lo animano nella vita. Non sono solo gli adolescenti a non sapere chi sono o cosa vogliono dalla vita, ma sempre più spesso sono giovani e adulti che non trovano gioia, soddisfazione e pienezza in come vivono e in quello che fanno. Per molti, è come se l’ampiezza del mondo esterno con cui entrano in contatto restasse sempre e comunque altro da sé, non li toccasse mai veramente. Non appropriandosene, si fatica a riconoscersi attivi in quello che si fa, a cogliere il legame con la propria interiorità e il legame con gli altri, che la maggior parte delle volte sono ritenuti inadeguati e a cui viene attribuita la responsabilità del proprio malessere.

E allora accade spesso che si sperimentino sentimenti di insoddisfazione, senso di vuoto, inutilità e tristezza, di cui si soffre o che si cerca di soffocare nella vita frenetica o in sostanze che disconnettono dalla propria realtà e da se stessi. Oppure, un’altra soluzione veloce è quella di voltare pagina e pensare di poter riscrivere ogni cosa su un foglio bianco, ripartire da capo alla ricerca del vero amore, delle vere amicizia, della vera passione, staccandosi ancora una volta da ciò con cui si è entrati in contatto e perpetuando le stesse dinamiche fino alla prossima delusione.

Essere consapevoli di come si è fatti e di quello che si è, entrare in rapporto autentico con se stessi, diventa allora il primo passo per essere in grado di connettersi in modo autentico con gli altri.

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