Perché parliamo di tristezza? Perché al pari di altre emozioni fondamentali, poterla riconoscere, esprimerla, darle un valore e non considerarla come qualcosa da cancellare dalle nostre vite, è di fondamentale importanza per entrare in contatto con la nostra dimensione umana e vivere la vita in modo pieno e autentico.

La tristezza è un’emozione che è parte della vita e che inizia ad essere esperita e regolata già fin dalla nascita. Di pari passo con lo sviluppo fisico, psichico e cognitivo del bambino, aumentano le sue capacità di regolare e riconoscere tristezza, malessere e frustrazioni. La capacità di riconoscere e regolare le emozioni è maggiore se il bambino vive in un clima relazionale sintonico con le figure di accudimento, quando cioè trova in chi si prende cura di lui un’adeguata risposta che aiuti a regolare e comprendere i vissuti che sta sperimentando. Una buona regolazione affettiva però non vuol dire una connessione perfetta tra genitori e figli, anzi, sono proprio i momenti di mancata corrispondenza, seguita però da una disponibilità alla riparazione, che fanno sì che il bambino e il caregiver riescano a sperimentare l’idea di poter superare queste micro crisi relazionali, che permettono al bambino di interiorizzare un sentimento di fiducia nella relazione. Questi momenti di disgiunzione possono essere forse considerati i prototipi emozionali di sentimenti come la tristezza e per questo possiamo dire che la tristezza è uno stato affettivo che in dosi adeguate può rinforzare le persone, mentre in eccesso costituisce un veleno per le capacità di adattamento individuali.

Il rapporto con la tristezza è fuori di dubbio che è andato cambiando nel corso dei secoli. Oggi la tristezza non trova un suo posto nella contemporaneità, ma viene trattata come un’emozione da eliminare, come se fosse sbagliato sperimentarla e come se la sua presenza fosse qualcosa che si è presentata erroneamente nel sistema di vita delle persone. In un mondo che tende sempre più alla negazione del limite, in favore di un’illusoria possibilità di raggiungere uno statuto di onnipotenza, fare i conti con la propria strutturale condizione di impotenza che si manifesta nei fallimenti, nel mancato raggiungimento di obbiettivi o progetti, in difficoltà nelle relazioni, o semplicemente con momenti di piccole difficoltà della vita, è diventato difficile. Spesso anche all’interno dei contesti relazionali, famigliari, si è più portati a negare e non riconoscere la tristezza dell’altro, impedendo sul nascere la capacità di far emergere straordinarie storie personali e familiari piene di emozioni sofferte, che hanno bisogno di essere riconosciute e chiamate con il loro nome piuttosto che essere passate sotto silenzio.

Nell’ottica del guarire la vita, di eliminare malattia, bruttezza, dolore, si tende ad eliminare lo spazio in cui si possono esprimere, elaborare, maneggiare le emozioni negative e ostinatamente negarle. I genitori vogliono figli felici, la società vuole consumatori attivi e contenti, i votanti vogliono politici ottimisti e solari, non importa poi cosa facciano. Siamo cresciuti come se nella vita di tutti i giorni non ci potesse essere lo spazio per avere a che fare, profondamente e rispettosamente, con la tristezza, o con gli eventi negativi con una modalità che implica che facciano parte della vita. A volte la tristezza, quando ci tocca da vicino, se non viene vissuta ed elaborata, o diventa qualcosa che schiaccia, su cui l’uomo sente di non avere possibilità di azione, scatenando senso di impotenza e di ingiustizia subita, o attiva innumerevoli comportamenti volti a mediarne l’impatto, come droghe, dipendenze, o vari sintomi psichici.

Sviluppare la capacità riconoscere, elaborare, comunicare e dare un senso ai propri sentimenti negativi, non tenendoli dentro come qualcosa di cui vergognarsi, impedisce che interferiscano in modo significativo con il resto della propria esistenza.

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